Il raccapriciante cinema Gibsoniano
lunedì, 07 aprile 2008 || criticato da Roberta Bonori at 16:52

Diciamocelo subito : sono spudoratamente di parte. Quindi, il seguente non sarà certo un post "oggettivo", tantomeno "critico". Questo già porta un ossimorico conflitto d'interessi, dal momento che il critico cinematografico (o l'aspirante tale), dovrebbe godere di una certa aura d'inarrivabilità per la quale è illuminato dalla luce divina della sapienza, riuscendo a dare giudizi buoni e giusti. Ma questa è decisamente materia Gibsoniana, più che critica.
Perchè il titolo "Il raccapriciante cinema Gibsoniano?" l'altisonanza ricordante i B-MOVIES non è un caso, ma fortemente voluta. Mel Gibson si definisce regista.
Beh, se Terminator è riuscito a diventare senatore, ormai non ci si dovrebbe stupire più di niente. " VIENI CON ME SE VUOI VIVERE" ... "LIBERTàààà". Slogan che farebbero invidia a un Pd o Pdl.
Questo non è un post-attacco alla regia, al metodo, al lavoro manuale del signor Gibson (e assolutamente non alla sua persona intesa come attore). Bensì, una sorta di focus-on sulla sua quantomeno squallida voglia arrivista e autoreferenzialista presente nei suoi progetti filmici.
Un pregio però, il cinema di Mel Gibson lo possiede : è deciso. O piace o non piace. O è "capolvoro" o è "monnezza". Pregio perchè, almeno, non ci si spreca troppo ad analizzare pseudo sfumature del caso (massì, ma la fotografia però..). Aut Aut. E a me personalmente, non piace.

Prendendo in "esame" (breve esame, perchè non voglio dilungarmi, e perchè dalla regia posta nel mio cervello mi dicono che la sintesi è un dono) i suoi tre "masterpieces", BRAVEHEART,LA PASSIONE DI CRISTO E APOCALYPTO, si osserva un'interessante parabola tendente allo sfacelo completo.

Braveheart è un buon film. Incassi record, meravigliose colonne sonore, buon cast, buone interpretazioni, splendida fotografia, storia toccante. Purtroppo, parlando dal tempo "apocalypptiano", guardandomi indietro, noto anche in Braveheart le distinzioni tipiche che fanno del cinema Gibsoniano qualcosa di raccapriciante.
I topos di Gibson sono ricorrenti, e sono i seguenti
-eroismo
-sacrificio
-sangue
-colossal
-sangue (l'avevo già accennato?)
E i suddetti topos non sono certo indicatori di una spiccata formula. Nel bene o nel male, l'intelligenza di Gibson è stata quella di ricavarne una sua firma. Riuscendo ad alzare polveroni infiniti, e, di conseguenza, di riuscire a sponsorizzare i suoi film il piu possibile.

L'episodio che più in assoluto mi ha portato a detestare il signor Mel, risale alla post visione de LA PASSIONE DI CRISTO. Film sul quale non voglio pronunciarmi, ma fare un becero copia-incolla da una vecchia critica del giornale francese "Liberation" :

SI TRATTA DI UN FILM SADOMASO, AFFASCINATO DALLA VIOLENZA , DALLA SOFFERENZA E DALL'ODIO. LA PASSIONE NON è Nè UN PRODOTTO DELLA SETTIMA ARTE, Nè UN INVITO ALLA SPIRITUALITà. E' SOLTANTO UN ATTO DI PROPAGANDA CHE VUOLE INCITARE I CREDENTI A INFIAMMARE I LORO SENTIMENTI INTORNO AD UN CRISTO STENDARDO, ALLO SCOPO DI IMBARCARLI IN UNA CROCIATA CON LA CERTEZZA ASSOLUTA TIPICA DEI FANATISMI.

Bene. Esco dal cinema allibita. Non solo LA PASSIONE non è un bel film. Ma è supponente in un modo a dir poco oltraggioso. E' autoreferenziale all'ennesima potenza, è pretenzioso, è baldanzoso, è sciocco nel suo voler essere scioccante. Penso a che pena mi fa Mel Gibson, a quante sere deve essere rimasto sveglio nel suo letto, con la lucina da notte accesa, a pensare a come rendere questo film un cult. Dapprima gli è venuto in mente di metterci tanta carne macellata. Non era abbastanza, ma l'ha appuntato sul suo taccuino (immaginario...gli aspiranti critici immaginano tante cose. Persino di riuscire a diventare veri critici). Poi, l'illuminazione! (dettata probabilmente dall'aiuto di una bottiglia di vino....non sarebbe insolito per mel gibson, no?) "FACCIAMOLI PARLARE TUTTI IN ARAMAICO ANTICO, E.. E.. ASPETTA, COSA PARLAVANO I ROMANI....? AHHH, IN LATINOO!". Il sonno sopraggiunge, e Gibson passa tutta la notte a fare sogni bagnati del suo futuro successo.

Sicuramente offensiva, ma questa era la mia visione, mentre mi mettevo il cappotto e mi lasciavo il cinema alle spalle.
Dopo neanche cinque minuti, un ometto allunga una mano verso di me e mi porge un foglietto.
ERA IL PROGRAMMA DELLA MESSA DI DOMENICA.
GLI "OMINI DELLA CHIESA" ERANO VENUTI FUORI DAL CINEMA CHE PROIETTAVA LA PASSIONE DI CRISTO DI MEL GIBSON, PER DARCI I FOGLIETTINI DELLA MESSA.
A quel punto ero talmente sconvolta che a stento mi sono trattenuta dal picchiare tutti i presenti al quale sfuggiva il commentino "EHHH TROPPO VIOLENTI SI...PERò è BELLO...."
Però?
...
Ho anche tradito il mio iniziale dono della sintesi...
di Apocalypto ne parlerò poi.


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Persepolis : il reale dell'animazione
martedì, 04 marzo 2008 || criticato da Roberta Bonori at 20:35

Sala buia, inizio del film. L’occhio dello spettatore viene da subito coinvolto in un mondo monocromatico, un bianco e nero che presenta l’animazione, della quale però ci si dimentica presto : questo non è un “cartone animato”. Questo è un Film.

Persepolis ha tutto : è commovente, è coinvolgente, tratta temi politici importanti, parla di musica, di arte in genere, è cosmopolita, è diverso, ma soprattutto è contornato da una velata comicità e da un pizzico di genialità che lo rende unico nel suo genere.

Protagonista è Marjane, bambina iraniana di nove anni con la passione per Bruce Lee e una famiglia decisamente attiva politicamente, che si ritrova a crescere nel clima terribile della rivoluzione islamica. Tra fondamentalismi, fughe in Europa, scoperta dell’amore, e acquisizione di consapevolezza di se stessa, la piccola Marjane imparerà la lezione più importante della vita : l’integrità morale, l’accettare se stessi e il mondo intorno a se.

Persepolis è confluito in un film dal suo diretto precedente fumettistico, idea originale di Marjane Satrapi (omonima del personaggio filmico), che ha ideato una storia prettamente biografica, basandosi sulla realtà del suo passato. Nel suo primo romanzo a fumetti, Persepolis 1, pubblicato in Francia da L’Association nel novembre 2000, Marjane ha raccontato la storia dei primi dieci anni della sua vita, fino al rovesciamento del regime dello Scià e allo scoppio della guerra Iraq-Iran. In Persepolis 2,  pubblicato nell’ottobre 2001, racconta la guerra Iraq-Iran e gli anni della sua adolescenza fino alla sua partenza per Vienna, all’età di 14 anni. In Persepolis 3 e Persepolis 4  descrive il suo esilio in Austria e il ritorno in Iran.

Il pregio più grande di questo piccolo capolavoro, è l’assenza di giudizi : benché presenti al pubblico la difficile situazione iraniane, non è giudicante, non è un film con la pretesa di dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato nel mondo, e neanche di lottare contro il razzismo (che sarebbe stato facile sfruttare in una tematica come questa, ma che saggiamente è solo accennato). Come la stessa Satrapi ha affermato durante una conferenza stampa : “E’ prima di tutto e soprattutto un film che racconta il mio amore per la mia famiglia.  Comunque, se il pubblico occidentale  imparerà a considerare gli iraniani esseri umani come tutti gli altri, e non nozioni astratte come “fondamentalisti islamici”, “terroristi” o “l’Asse del Male”, allora sentirò di aver fatto qualcosa di buono. Non dimentichiamo che le prime vittime del fondamentalismo sono gli stessi iraniani.”

La scelta di adottare il bianco e nero, sfumato e oniricamente ammiccante, mette la firma su quella che si presenta essere una pellicola di prima qualità. Il monocromatismo è preponderante, “sporcato” di colore solo quando il film ci presenta una Marjane in età adulta, a Parigi.

Il resto del film è altalenante tra L’Iran e Vienna, luogo nel quale la piccola Marji viene mandata per renderla una “donna libera”, come le apostrofa la madre durante una sequenza toccante.

Un tema importante, un film importante, ma costellato di fulcri esplosivi di comicità : alcuni fotogrammi sono epocali. Indimenticabile la scena dove la Marjane teenager e portante il velo cammina tra i “venditori abusivi” di musica, che le sussurrano di comprare cassette di Stevie Wonder, dei Pink floyd, dei beatles….e lei sceglie gli Iron Maiden, ballandoli focosamente in camera propria, senza il velo,con una racchetta a mò di chitarra elettrica. Che classe!

[Voto] : ***** (E' un miracolo!)

 


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Rendition - quando è il governo che segrega la dignità
sabato, 01 marzo 2008 || criticato da Roberta Bonori at 09:56

Nelle sale italiane dal 29 Febbraio, Rendition rappresenta la terza fatica del regista Gavin Hood (Oscar per “Il suo nome è Tsotsi”) , ed è sicuramente un film scomodo.

Quello che da locandina appare un semplice thriller filo-politico, in realtà porta alla luce un fenomeno ai più sconosciuto, ma che, purtroppo, ingloba una realtà fin troppo celata. La “Rendition” è una parola che, in modo semplicistico, sta a significare la detenzione illegale di una persona contro la sua volontà, allontanandola dai normali processi politici attraverso i quali un “detenuto” o un “sospettato” devono obbligatoriamente passare prima di una pena.
Questa la seguente trama del film : Un ingegnere chimico di origine egiziana (ma residente da tutta la vita in America) scompare durante un volo diretto dal Sud Africa a Washington, letteralmente rapito dalle autorità federali, che non si preoccupano di avvertire la sua famiglia e lo sottopongono per mesi ad un interrogatorio spietato e crudele, in un luogo segreto in Marocco.
Benché questa sorta di rapimenti avvengano per volontà stessa del governo, con intercessione della CIA, rasentano la più bassa delle barbarie, arrivando alle torture fisiche e psicologiche, che al 90% dei casi non portano a nessuna conclusione, se non l’inimicizia accentuata da parte dei paesi stranieri.

Con l’avvisaglia sulla locandina del “consigliato da Amnesty International”, la pellicola ha riscontrato un grande successo in Europa e un (prevedibile) insuccesso negli U.S.A. La tematica principe del film, importante e terribile, è purtroppo appiattita dal susseguirsi del plot, che allontana lo spettatore dalla “realtà” della gravità del fenomeno di cui si sta parlando.

La conferenza stampa avvenuta il 22 Febbraio, in presenza dei vertici di Amnesty International, l'eurodeputato Fava, e il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, titolare dell'inchiesta Abu Omar, è stata illuminante sul vero significato della Rendition (parola che, ossimoricamente, significa “restituzione”). Ed è forse grazie al successivo dibattito che si riesce a vedere il film in maniera diversa, rispetto alla semplice visione cinematografica.

Il film di Hood, infatti, appare strutturato come un thriller-action movie, a dispetto di una visione documentaristica che, probabilmente, l’avrebbe reso tridimensionalmente più veritiero. Anche la presenza di attori importanti quali Jake Gyllenhaall e i premi oscar Reese Witherspoon e Meryl Streep, non bastano a dare il giusto spessore a questo terribile e reale scandalo dei governi. Il mostro sacro (di bravura) Meryl sembra ormai inanellata in un cliché inesorabile : quello della donna “di ferro” senza sentimenti. Parte che le riesce sicuramente da Oscar, ma che alla lunga rischia di metterla in ombra. Come in questo film, infatti, dove a spuntarla su tutti è proprio Jake Gyllenhaal, veritiero per quasi tutto il film, scontatamente decaduto nel finale forzato di “eroe”.

Un film scomodo dunque, ma forse solo a metà : l’happy-ending è una macchia sporca incontrovertibile, che doveva assolutamente essere evitata. Ma è pur sempre un film di commissione americana, purtroppo

[Voto] : *** (a scuola va bene, ma potrebbe fare molto di più)


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30 giorni di buio : 1 giorno per dimenticarsene.
mercoledì, 13 febbraio 2008 || criticato da Roberta Bonori at 19:42

"30 giorni di buio" rasenta il mix ideale per il cocktail horror-dinamico di questi ultimi anni. Il plot è puramente pretestuale : Uno sceriffo (Josh Hartnett) di una cittadina con 153 abitanti, il cui piu' oneroso impegno è quello di fare qualche multa ogni tanto, vive un momento di crisi con la moglie alle soglie di un mese di buio. Si ritroverà ben presto a dover combattere (a suon di accetta) contro dei vampiri sanguinari in gessato (tanto per dare un effetto simil-gotico), con tanto di immolazione finale.
Abbiamo i vampiri (arrivati da non si da dove, senza che nessuno se ne chieda il perchè, ma passi pure), abbiamo un villaggio isolato, abbiamo il freddo (con relativi respiri a nuvoletta nei momenti di massima tensione), abbiamo degli interpreti catatonici (Josh Hartnett è alla sua peggiore interpretazione). Si direbbe la normalità per un film di questo genere. E allora come è possibile che questa pellicola abbia fatto parlare di sé, senza essere passata nell'immediato in cavalleria? E' merito dell'idea che si evince dal titolo, "30 giorni di buio" appunto, che illumina il pubblico sul fulcro dell'ideazione. Infatti il sopracitato "villaggio isolato" si trova a Barrow, in Alaska, il punto più a Nord della terra dove durante l'inverno per 30 giorni il sole non si fa vedere. E se due piu' due fa ancora quattro, è ovvio che un mese intero di buio possa attirare solo che i vampiri. E dunque, si aprano le danze all'ennesimo horror demenziale fatto passare per "geniale trovata". Il film è di una lunghezza estenuante per il suo genere (quasi due ore), i dialoghi sembrano una presa in giro : ripetitivi, scontati, finti e contornati di ovvietà fino al midollo. I personaggi sono poco piu' che macchiette, abbozzati frettolosamente e senza cura. Purtroppo, il "Sam Raimi presenta" a mò di richiamo per le allodole sul cartellone, trae in inganno lo spettatore, che in quest'opera prima di David Slade sperava di trovare quegli spunti "raimineschi" che tanto avevano urlato al cult nel 1983 con "La Casa". C'è da dire che anche in questo film, l'effetto claustrofobico sarebbe calzato a pennello. Si perde, però, nella successione dei giorni, che passano senza cognizione di causa, senza segni visibili sui sopravvissuti (la fame? I vestiti ? La notte?), passando velocemente dal "giorno 7" al "giorno 18", senza una vera e propria evoluzione dello story-board. Insomma, "30 giorni di buio" è un buco nell'acqua, che presto si farà dimenticare. E' il film ideale per quelle sale gremite di ragazzi che vogliono passare una serata "dell'horror", ma non certo per i culturi di quest'ultimo.


SPOILER

In un film che rimane "sopito" per praticamente due ore, ci si aspettava almeno una battaglia finale degna di questo nominativo. Ma ahime, qui la pellicola si perde nuovamente. Josh Hartnett non spicca nel suo ruolo di "eroe che salva il popolo" iniettandosi il sangue infetto di un vampiro per poterlo combattere ad armi pari. E' goffo e poco credibile nelle sue "piroette" di lotta contro il "capo dei vampiri", e ancor meno credibile è la loro ritirata immediata quando lo sceriffo-vampiro riesce ad ucciderlo. Il finale pseudo-romantico della riconciliazione con la moglie, che deve dire addio al marito (eh si, ormai è un vampiro!) davanti alla prima alba del mese, che parallelamente, è l'ultima alba per il protagonista, è incommentabile. C'è lui che muore, per la causa, bruciato. Come solo i bravi vampiri sanno fare.

[Voto] : ** (non ci resta che piangere)


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"Time" - un gradino in basso, una parola di troppo
mercoledì, 30 gennaio 2008 || criticato da Roberta Bonori at 10:32

Dopo un periodo di silenzio,ho deciso di approcciarmi alla visione di "TIME", ultimo film di Kim-Ki-duk, regista da me assolutamente amato.
Premetto che mi accingo a scrivere quella che non è una recensione, bensì' delle sensazioni.
A primo impatto, noto subito che è un film diverso. E' senz'altro "kimdukkiano", lo stile è inconfondibile, ma è di certo il piu' parlato. Sin dai primi minuti, "time" sembra essere una risposta occidentalizzata verso coloro che nell'occidente non apprezzano i silenzi pieni di parole di Ki duk. Ed è qui che trovo la prima pecca : "time" rispetto agli altri film ha dialoghi a non finire, come se si volesse "spiegare", fin troppo. Ma la mano del regista è evidente, e il film è un piccolo gioiello. Non al livello di FERRO3, lontano dai tormenti della SAMARITANA, ma ugualmente intenso e particolare.
Questo il plot in breve : due giovani innamorati, gelosissimi l'uno dell'altro, sembrano vacillare nel loro rapporto a causa dell'usura del tempo. Così, la giovane donna della coppia decide di cambiare volto, radicalmente. Non di diventare piu' bella, bensì di diventare un'altra donna, capace di far innamorare nuovamente (e piu intensamente) il suo compagno, che, ignaro della sua decisione, si dispera per la sua scomparsa. L'operazione riece, e la donna riesce tatticamente ad instaurare una relazione con il giovane, che sembrava essersi arreso alla scomparsa della sua ex ragazza. Ma ben presto, è il fantasma di lei stessa che disturba la coppia. Il ricordo di quella che ormai non è piu' è l'elemento di disturbo. Allora, che senso ha avuto annullarsi per il proprio uomo, reinventarsi, se poi lui rimane innamorato dell'idea di lei?
Non potendo tornare indietro nella sua decisione, la ragazza decide di confessarsi. Arrivando ad un estremo, arrivando ad essere gelosa di se stessa, della se stessa che è era un tempo e alla quale appartiene il cuore del suo amante, piuttosto che alla nuova donna che è diventata con la chirurgia plastica.
L'epilogo è tremendamente commovente e delirante, come solo Ki Duk sa donare, estremamente significativo, spiazzante.
In definitiva, "TIMe" è un bellissimo film, godibile e dall'andamento stranamente ritmico per il regista, ma non uno dei suoi film migliori. La fotografia rasenta l'oscar (a mio modesto parere), e le ambientazioni (al solito di Ki duk) sono circolari. L'appartamento, il bistrot, l'ospedale chirurgico, il parco delle sculture, il fairy boat. Ogni luogo torna in ogni scena.
Perchè i luoghi hanno memoria.
E se perdiamo la nostra identità, in questo caso cambiandoci il volto, non cambia di certo il luogo che ci ha visto vivere fino ad allora.
Non è di certo un cinema consolante quello del regista coreano, ma è un cinema veritiero, che scava nell'es piu' profondo dell'umano, e ci mette davanti alla crudezza dei sentimenti. Come in Ferro3, come nella Samaritana, l'amore non è un sentimento positivo e spassionato... a volte appare ossessivo, delirante, ci spinge all annullamento, alla riconquista del non dovuto, e ci lascia soli talvolta...o talvolta uniti, ma in dimensioni non umane.


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Mio fratello è figlio unico - il fasciocomunista
giovedì, 26 aprile 2007 || criticato da Roberta Bonori at 10:19

Tratto dall'opera 'Il Fasciocomunista' di Antonio Pennacchi.
Accio è la disperazione dei suoi genitori, scontroso e attaccabrighe, un istintivo col cuore in gola che vive ogni battaglia come una guerra. Suo fratello Manrico è bello, carismatico, amato da tutti ma altrettanto pericoloso... Nella provincia italiana degli anni '60 e '70, i due giovani corrono su opposti fronti politici, amano la stessa donna e attraversano, in un confronto senza fine, una stagione fatta di fughe, di ritorni, di botte e di grandi passioni. E' un racconto di formazione dove sfilano quindici anni di storia d'Italia attraverso le avventure di Accio e Manrico, due fratelli diversi ma non troppo.

[da www.trovacinema.it]

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Ecco. Ci risiamo,sbagliando.
Siamo di nuovo di fronte ad un potenziale gran bel film. E un bel film, Mio fratello è figlio unico, lo è eccome. Daniele Luchetti possiede una mano un pò troppo tremolante sul fattore registico,ma rimane pulito e senza intoppi. Elio Germano, ormai non più rivelazione, è al meglio delle sue potenzialità, e la sua recitazione ricorda quei teatri della commedia dell'arte d'improvvisazione. Impensabile concepire che dietro il suo "fare d'attore" possa esserci un copione. Per questo, grandissimi meriti.
Scamarcio...potrebbe essere un bravo attore. Peccato per la sua fisicità, per la sua "bellezza", che legittima il cinema a "usarlo" come oggetto di bell'aspetto, inquadrandone gli occhi mentre parla, facendo primi piani sugli occhi (sempre mentre parla),focalizzando il ricciolo nero che ricade sugli occhi (ebbasta!..).
La Finocchiaro è da teatro,e si è sempre saputo. La sua bravura è incommensurabile, e ben si allinea con la presa-diretta di Elio Germano. Zingaretti ha un ruolo marginale e non troppo approfondito, ma rimane nei suoi canoni, senza picchi di grandezza o di bassezza.
La trama scorre, è dinamica, il filo politico è teso ma non preponderante, non infastidisce lo spettatore, scorre breve e lieve nella sottopelle della vera trama, che è centralizzata nei rapporti sociali dei fratelli Scamarcio-Germano, e nelle loro disavventure amorose e non.
Questo dettaglio lo rende un film lontano ad una "ricordabile" Meglio Gioventù, e lo accosta ad un ventaglio di pubblico molto ampio.
Ecco che abbiamo teso le lodi. Che cos'è allora che del tutto non convince in questo film?
E' il cinema Italiano. E' la colpa del cinema italiano,per lo meno,degli ultimi anni. Un pò retorico, un pò paternalistico, un pò perentorio nel suo voler essere "d'autore". E se non ci riesce, si butta sui film post-adolescenziali-muccinesi, o sulle crisi dei post-trentenni (always Mucciniani). Fortunatamente esistono le eccezioni (come questo film), ma è uno specchietto per le allodole : in fondo in fondo, quali sono gli elementi emergenti?
Crisi d'amore. Crisi in famiglia. Figli non capiti dai genitori. Figli non capiti dai Fratelli. Figli comunisti che si battono per i loro valori. Crisi economiche. Crisi di pianto. Crisi di religione.

Crisi.
Che il tutto sia legato in modo inscindibile, e che rifletta (a ben vedere) la vera CRISI del cinema italiano?
E secondo voi, è in crisi?
Facciamo meta-critica. Parlate anche voi.
Un saluto a tutti, Roberta.

[Voto ]: **** (All'inizio ne rimasi affascinata...)


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L'Ultimo Inquisitore [Goya's Ghosts]- Milos Forman
domenica, 15 aprile 2007 || criticato da Roberta Bonori at 19:52

Mi ritrovo come al solito a scusarmi per le grandi assenze. Ma ho in mente di cambiare un pò lo stile di questo blog, a cominciare dall'approccio critico (più critico, basta indorare la pillola, sono una donna, e in quanto portatrice di tube, so essere molto acida) e da una nuova scala di "voti", che qui vi riporto

***** - "E' un miracolo!!"
**** - " All'inizio ne rimani affascinata.."
*** - " A scuola va bene, ma potrebbe fare molto di più"
** - " Non ci resta che piangere"
* - "Potrei uccidere per questo"

Ok.Fatte le doverose precisazioni,passo al film di Forman.

 
TRAMA
Il film è ambientato nel 1792 e racconta la storia dei cambiamenti politici e storici dell’Inquisizione spagnola attraverso gli occhi del grande pittore Francisco Goya. Frate Lorenzo, l’ultimo Inquisitore, si lascia coinvolgere dalla musa adolescente di Goya, Ines, falsamente accusata di eresia e rinchiusa in prigione. Spinto dal padre della giovane donna, Lorenzo prova a ottenere clemenza per Ines riuscendo però soltanto ad essere, lui, espulso dall’ordine. Goya intanto si dibatte tra scrupoli di coscienza e la ricerca della figlia perduta di Ines, ormai segnata nel corpo e nello spirito dalla lunga e dura prigionia.
da : www.trovacinema.it

Milos Forman, cos'è successo? è la senilità che avanza?
Troppe domande senza risposta dopo la visione de "L'ultimo Inquisitore - Goya's ghosts". In primis, a cominciare dal titolo (originale,ovviamente) che pone il fulcro della narratività sul personaggio realmente esistito del pittore Goya.
Poi lo spettatore guarda il film.
Perchè?
Perchè "dedicare" un film a Goya, quando il film non parla di lui? ma soprattutto..
Perchè trattare il suddetto personaggio come il più secondario e abbozzato dello script? Perchè scegliere l'incarnazione dell'inespressività per interpretarlo? (non ce ne voglia l'ottimo attore. Ma durante la pellicola, non ci regala certo forti emozioni).
In tutto questo però, non classificherei l'ultima opera del maestro (perchè lo è) un "non ci resta che piangere". Lo "sbaglio", se così vogliamo definirlo, sta solo nella figura di Goya, e in una sceneggiatura troppo voluttuosa e troppo spesso slegata.
Il film rimane comunque una piccola perla, vuoi per CHI lo ha diretto e ai meriti passati, vuoi perchè Javier Bardem è un mostro (di bravura), e difatti a ben vedere, il film sembra ruotare completamente intorno al suo personaggio ambivalente ed ossimorico, prima uomi di chiesa poi fermo sostenitore della rivoluzione francese, ma come substrato un uomo soltanto : un uomo codardo.
Un cordardo che non riuscità a salvare la sempre bellissima Natalie Portman, che in questo film gioca un doppio ruolo (strana scelta per la cinematografia, decisamente troppo teatrale) di madre e figlia. Ma di due ruoli non ne fa uno, e purtroppo il suo talento si perde nei meandri di un personaggio non troppo ben definito.
Assolutamente da vedere per almeno due , tre scene magistralmente girate. Un film dove il vero protagonista è il regista e la regia la sua attrice. Un film da vedere perchè Milos Forman è un nome, e un fatto. Ed è anche un film da vedere per la sua piccola inclinazione anticlericale e per la strabiliante interpretazione di Bardem.

[Voto] - *** "A scuola va bene, ma potrebbe fare molto di più"



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Comunicazioni dal fronte
mercoledì, 17 gennaio 2007 || criticato da Roberta Bonori at 16:10

Template a mò di "genere". Così forse a primo impatto, si capisce di cosa parla questo blog. Mi piace perchè rimane pulito.
Impressioni?

P.s : sono congestionata tra un esame di Cinema e un neo lavoro nel quale sono stata assunta oggi. In poche parole si tratta di un...diom'aiuti, callcenter.
Mondo degli sfruttati e sottopagati,sto arrivando!..tutto questo per avvertirvi che i tempi di pubblicazione di post potrebbero prolungarsi.


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La ricerca della felicità - l'europeo interpreta il sogno americano
domenica, 14 gennaio 2007 || criticato da Roberta Bonori at 14:29

Il primo commento a mente lucida dopo la visione di "La ricerca della felicità" è: "non ce lo aspettavamo". Non ce lo aspettavamo davvero che un regista italiano come Gabriele Muccino, fino a pochi anni prima alle prese con gli stridolii di Accorsi ne L'ultimo Bacio e con le mossette da diva vallettopoliniana di Nicoletta Romanoff in Ricordati di Me, riuscisse a confezionare un prodotto Hollywoodiano non solo registicamente pulito, ma anche concettualmente delizioso. Non ce lo aspettavamo che, per il suo primo debutto americano, sapesse dirigere magistralmente un attore competente e bravissimo quale Will Smith. Eppure, è proprio così.
La ricerca della felicità è la storia (vera) di Chris Gardner (Will Smith), un padre di famiglia sulla soglia del lastrico, che viene abbandonato dalla moglie (Thandie Newton – Crash) e costretto alla sopravvivenza per lui e per il figlio Christopher, di soli cinque anni (interpretato dal vero figlio di Will Smith, Jaden Christopher Syre Smith). Costretto alla vita dell'homeless a causa della mancanza di soldi, non perderà comunque la speranza che nutre nei suoi obiettivi, lasciandosi a galla in un mondo crudele grazie alla responsabilità che sente verso suo figlio,che sarà giustamente ripagata in un finale happy-ending.
Ma non c'è nessun elemento melò nel film di Muccino: tutto appare giustamente guadagnato, e forse è proprio questa la magia della pellicola. La parabola dell'ascesa verso l'inferno di questa coppia padre - figlio, coinvolge lo spettatore a pieno. Quando Will corre, lo spettatore lo segue senza fiato dietro il carrello della macchina da presa. Quando, alla fine delle peripezie,delle sofferenze,della fame,tutto si illumina di un'irradiato sollevamento,condito dagli occhi rossi e lucidi di un padre che finalmente è capace di provvedere a suo figlio,lo spettatore prova vera felicità e vera sollevazione. E il gioco del film è fatto.
Benchè sia annoverato (giustamente) nella categoria del dramma, La ricerca della felicità si aggrappa fortemente all'elemento della speranza, persino quando la pellicola mostra padre e figlio allo stremo della sopportazione, tira fuori un rampino che li tiene (e ci tiene, in sala) saldamente aggrappati alla montagna delle possibilità di ripresa.
Con quello che agli occhi può risultare come un Ladri di Biciclette made in U.S.A (ma fondamentalmente molto diverso), Muccino è riuscito a realizzare il tanto citato "sogno americano", ma con mani europee. Il regista si è calato completamente nella realtà d'oltreoceano, tanto che guardando il film si rimane impressionati dalla sua bravura e dalla sua capacità di adattamento. Will Smith è qui forse alla sua migliore interpretazione,intenso e reale,probabilmente anche grazie alla presenza di suo figlio sul set.
Come ogni produzione americana che si rispetti,anche questo film ha una scena e una frase clou,che stranamente non stonano, stranamente non infastidiscono, e altrettanto stranamente non ci portano immediatamente a pensare "ecco il solito espediente drammatico-psicologico da quattro soldi".
Nella frase Non permettere a nessuno di dirti che quello che desideri è irraggiungibile ..se hai un sogno, devi difenderlo..se vuoi qualcosa, vai e prenditela. Punto non riusciamo a individuare falsità : c'è solo un vero padre, che sta davanti al suo vero figlio, e gli sta chiedendo di essere più forte della vita stessa che li sta travolgendo. E il pubblico non può che essere d'accordo.


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In viaggio con Evie - l'impossibilità di rieditare Harold and Maude
venerdì, 12 gennaio 2007 || criticato da Roberta Bonori at 11:30

Nel panorama del cinema d'autore indipendente di questo passato 2006, oltre a piccoli capolavori quali Little Miss Sunshine, trova posto anche la modesta opera prima di Jeremy Brock , “In viaggio con Evie” (Driving Lessons).

Ben è un ragazzo di diciassette anni che vive a Londra, in una famiglia cattolica e retrograda. I suoi unici hobbies sono costituiti dal Club della Bibbia e dalle lezioni di guida impartitegli direttamente dalla madre, che non lo aiutano però a superare i test per la patente. Scrive poesie che non ha coraggio di leggere, e ama una ragazza che non lo vede neanche. Con la scusa di un lavoro estivo, incontrerà Evie, vecchia signora che ha smesso i panni di attrice teatrale, effervescente e priva di pudicizia, che gli insegnerà a vivere i suoi anni e che diventerà per lui un punto di riferimento fondamentale.

Il film sviluppa la trama sui due personaggi principali : uno è il tenero e spaurito Rupert Grint, che, smessi i panni di Ron Weasley in Harry Potter, riesce a convincere in un ruolo che sembra cucito sulla sua espressione incredula (ma estremamente naturale)di un timido ragazzino timorato di Dio. L'altro appartiene a Laura Linney,che interpreta una ex attrice di teatro ormai alla deriva, piena di psicosi e dalla recitazione convulsiva ed esasperata. Il tutto ovviamente, richiama alla mente del cinefilo la perla degli anni Sessanta “Harold and Maude”, dove, in modo similare al film di Jeremy Brock,si sviluppa un'amicizia molte forte tra un ragazzo giovane e una vecchietta piena di vita. Tuttavia, benchè il richiamo sia forte, “In Viaggio con Evie” non pretende di esserne il remake, e anche volendolo, non ci riuscirebbe. La sceneggiatura si avvale di buone caratterizzazioni dei personaggi,a discapito però della trama stessa, dove alcuni eventi sembrano forzati, ed il finale si ricuce in un perfetto “happy ending” alla british, ossia agrodolce.
Ed è proprio il termine “agrodolce” a farla da padrone nella descrizione di questo film, che rimane in bilico fra il comico,la critica sociale e il drammatico, non sviluppando a pieno nessuno dei tre.

Nonostante le pecche, “In viaggio con Evie” è un prodotto cinematografico che risulta gradevole,anche grazie alla bravura degli attori. Julie Walters,che interpreta la madre di Ben-Rupert Grint, è perfetta nel ruolo dell'ipocrita cattolica, oppressa dalla fede e sottomessa ad essa, mostrando sorrisi all'esterno e nei corsi di catechismo che tiene, per poi ritrovarsi la guerra dentro le mura di casa sua. Una delle frasi perno per la caratterizzazione della sua psicologia nel film è la battuta “Noi rappresentiamo la volontà di Dio, fuori da questa casa dobbiamo ridere sempre e mostrare il sorriso. Quello che avviene qui dentro è un'altra storia”.
Ottimo anche il personaggio del padre, reverendo protestante incapace di imporsi sul bigottismo autoritario della moglie, con il solo e unico hobbie del “Bird Watching”, e unico appiglio alla realtà del povero Ben.

La caratteristica e il pregio principale del film, sta nel gioco di equilibri tra i personaggi, dove Ben rappresenta il centro, Evie la totale libertà, e la madre il divieto. Ma grazie alla conoscenza di entrambe e alla presa di consapevolezza della sua età, il personaggio di Rupert Grint riuscirà alla fine del film a diventare una terza persona,che non è copia né di Evie, né della madre, ma riflesso di entrambe, sfociando nell'essere completamente se stesso, abbandonando la paura.

Ieri ho seguito l'anteprima e la conferenza di "La ricerca della felicità" di Muccino. Davvero imprevisto,dal momento che mi è piaciuto. Lo recensirò al più presto insieme ad alcune foto scattate a Will Smith nell hotel Excelsior. La cosa forte di queste anteprime, è che ti regalano di tutto:libri,giocattoli.Poi vi dirò.


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Roberta,22 anni,patita di cinema, con un sogno nel cassetto:Diventare una critica cinematografica. Ma si sa, i sogni son desideri.Spero che almeno qui qualcuno posso godere di ciò che mi diletto a scrivere,per impeto di passione.

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Callisto Cosulich è stato e continua ad essere una delle prime e più prestigiose firme della critica cinematografica di ieri e di oggi, un fine e curioso intellettuale appassionato di tutti i generi afferenti alla settima arte e, proprio per questo, testimone prezioso dello sviluppo e dei cambiamenti che nel tempo e nei luoghi hanno agito all'interno del magico mondo della celluloide.
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